“Io nel convoglio di donne e bambini sotto attacco”

“In quei momenti bisogna mettere da parte la paura e aiutare le persone che hanno bisogno” racconta Giuseppe Linardi, 28 anni, di Mantova, Emergency Response Coordinator dell’organizzazione Intersos, che nella Repubblica Centroafricana si trovava a bordo di un convoglio con oltre mille sfollati attaccato da uomini armati nei giorni scorsi.

Ci puoi raccontare quello che è successo?

Il convoglio umanitario partito da Bangui il 27 aprile diretto a Moyen Sido è stato attaccato due volte, la prima a circa 30 km da Sibut e il giorno dopo a 15 km da Galafondo. Entrambi gli attacchi da parte dei miliziani “Anti Balaka” avevano come obiettivo gli sfollati musulmani che si spostavano in cerca di zone più sicure.

Giuseppe Linardi di Intersos

Giuseppe Linardi di Intersos

Hai avuto paura in qualche momento?

Sicuramente la tensione durante gli attacchi mi ha scosso, ma la situazione e’ stata messa subito in sicurezza dalla MISCA (missione internazionale dell’ONU) che ci scortava durante tutto il tragitto da Bangui a Moyen Sido. La prima notte, dopo il primo attacco al convoglio, abbiamo dormito in strada con il giubbotto antiproiettile addosso e per motivi di sicurezza e siamo ripartiti solo il mattino seguente. A quel punto ho capito che per fare questo lavoro bisogna mettere da parte la paura.

La gente, tra cui donne e bambini, come ha reagito?

I civili a bordo del convoglio hanno fatto il possibile per mantenere la calma aiutati dagli operatori umanitari che hanno fornito assistenza medica ai feriti assicurandosi che tutti stessero bene sia da un punto di vista fisico che psicologico. Ad ogni pausa scendevo dalla macchina e portavo acqua lungo il convoglio, aiutando i bambini a scendere dai camion. Ogni loro sorriso quando mi vedevano ad aiutarli mi diceva che questo era tutto per loro, piccoli che avevano appena dovuto lasciare le loro case per scappare dalle violenze che hanno subito a Bangui.

Che cosa sta accadendo nella Repubblica Centroafricana?

La situazione è estremamente grave ed è necessario un intervento urgente di tutte le parti per evitare ulteriori spargimenti di sangue . La violenza ha portato al disfacimento totale dello Stato a livello locale e nazionale. Non c’è nessun esercito nazionale e la polizia e la gendarmeria sono mal equipaggiati. Si sta vivendo una inaccettabile violenza settaria mentre persiste l’insicurezza con conseguenze umanitarie tragiche .

Le violenze stanno spingendo una parte della popolazione alla fuga ?

Più di 650 mila persone sono sfollate in tutto il paese , 230 mila nella sola capitale Bangui . Settantamila persone vivono ancora presso un campo all’aeroporto in condizioni spaventose che sono destinate a peggiorare drasticamente con l’inizio della stagione delle piogge . Altre 300 mila persone sono fuggite nei paesi vicini e altre migliaia stanno disperatamente cercando di scappare, la loro ultima e al momento unica speranza.

Come si è arrivati a questo conflitto?

L’attuale crisi politica e umanitaria è iniziata nel dicembre 2012, quando in seguito ad attacchi armati contro il governo centrale si arrivò alla deposizione del Presidente Bozizé, sostituito dalla coalizione Seleka nel marzo 2013. In risposta alle continue violenze da parte di questi ultimi , si è formata una milizia chiamata “anti Balaka ” che ha attaccato elementi Seleka e civili musulmani sospettati di sostenere la coalizione. Nel dicembre 2013 quasi 200 mila persone sono fuggite in Camerun, Ciad , Repubblica Democratica del Congo. Il novanta per cento di questi profughi sono musulmani in fuga dalle città teatro di violenze.

Che cosa sta facendo Intersos in questa situazione?

Da febbraio offriamo supporto agli sfollati nella Repubblica Centroafricana con progetti nell’ambito dell’educazione e salute e protezione dei minori. In questo momento siamo impegnati nella distribuzione di generi alimentari a Moyen Sido dove assistiamo gli oltre mille sfollati arrivati da Bangui.

Secondo te come si può riportare la pace in questo paese?

La situazione è in continua evoluzione, ma sono sicuro che la risposta all’emergenza pianificata dalla comunità internazionale potrà mettere fine alle violenze e salvare molte vite in un contesto certamente non facile. La stretta collaborazione che vedo tra tutti gli attori coinvolti avrà degli sviluppi positivi sulle condizioni delle popolazione e per questo la nostra presenza è quanto mai indispensabile.

Per saperne di più: http://www.intersos.org/

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3 risposte a ““Io nel convoglio di donne e bambini sotto attacco”

  1. Grazie a voi angeli ed eroi in terra!
    Ma come si fa a distinuguere un musulmano dagli altri? C’è scritto nei documenti, è il colore della pelle, è il modo di vestirsi? Non sono letteralmente tutti uguali?
    Secondo Lei le organizzazioni governative come l’ONU stanno facendo abbastanza a supporto e protezione dei profughi?
    Possibile che a fronte di spese militari miliardarie non si trovino risorse, personale e mezzi per assistere queste persone? Parlo di campi, ospedali da campo, viveri e una scorta militare.
    Grazie

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