Lo Yemen ai tempi del colera

Un ospedale dello Yemen. Copyright Watchlist.org – Laura Silvia Battaglia


Diciassette milioni di persone alla fame, una delle carestie peggiori al mondo, 60 mila persone colpite da un’epidemia di colera, diecimila morti nei combattimenti. Lo Yemen è in ginocchio eppure in Italia si parla pochissimo di questo paese in guerra, un conflitto che coinvolge molti paesi arabi e alcune delle mete turistiche più belle del pianeta. “Anche mio zio è finito in ospedale per l’epidemia di colera” ci racconta Laura Silvia Battaglia, una delle giornalista più esperte di Yemen, corrispondente da Sanaa per diverse testate internazionali.

Laura l’ultima volta sei stata nello Yemen a febbraio. Quale situazione hai trovato?

Il Paese è in una devastante crisi umanitaria. In particolar modo il Nord, a causa del blocco commerciale, di beni e di passeggeri sull’aeroporto di Sana’a e sul porto di Hodeida.

Gli impiegati statali nell’esercito, negli ospedali, nelle scuole, non ricevono i salari da otto mesi, ormai, da quando la Banca Centrale è stata spostata ad Aden. Il Nord è isolato e muore lentamente, ostaggio delle milizie houti che non vogliono recedere di un passo rispetto a possibili accordi con il governo centrale. Il Sud è di nuovo in mano alle truppe governative ma, di fatto, senza sicurezza e senza controllo. Il gruppo terrorista Aqap è in grado di organizzare attentati ad Aden, senza che possa essere defenestrata e, di fatto, ha il controllo definitivo di molte aree tribali a Sud-Est, nell’Hadramaut e ad al Bayda. Taiz è una front-line perenne, l’Aleppo dello Yemen. Lì dove non si muore per gli scontri o per le bombe, si muore per fame, per sete, per malattia. Le città del Nord sono letteralmente sommerse da macerie e spazzatura, in particolare Sana’a e gli slum di Hodeida, dove vivono i black skinned yemeniti, i paria di questa società.

Gli ospedali locali sono in grado di fronteggiare l’epidemia di colera esplosa negli ultimi mesi?

Non lo sono stati fino a questo momento. Fino a l’altro ieri, l’ospedale al Sabaeen di Sanaa, tra i più grandi e attrezzati, riceveva 100 pazienti ogni ora in pronto soccorso per contagio da colera. Proprio un paio di giorni fa, un aereo cargo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rotto il blocco dell’aeroporto di Sanaa e ha portato la più grande quantità di medicinali che è finora riuscita a consegnare (67 tonnellate) dal marzo 2015, ossia dall’inizio della guerra. Nel carico sono compresi kit sanitari per l’emergenza colera per curare un massimo di 10mila pazienti.

Copyright Watchlist.org – Laura Silvia Battaglia

Puoi spiegare in modo semplice le ragioni e l’andamento di questa guerra “dimenticata”?

E’ un Paese che è piombato in una crisi difficilmente reversibile per due ragioni: una interna e una esterna. Quella interna è la lotta per il potere tra l’ex presidente trentennale Ali Abdullah Saleh, spazzato via dalla rivoluzione del 2011, e il blocco del partito Islah, i Fratelli musulmani yemeniti, rappresentati più che dall’attuale presidente Rabdo Mansour Hadi, dal generale Ali Mohsen al Akmar. In questo braccio di ferro si sono inseriti, come elemento destabilizzante, i ribelli houti, un gruppo separatista del Nord, con quartier generale nella città di Sada, Gli houti premono per ristabilire l’antico imamato e si ispirano a Hezbollah e alla teocrazia iraniana. Allo stato attuale dei fatti, il governo centrale ha chiesto difesa e protezione al Consiglio di Cooperazione del Golfo mentre i ribelli houti si sono alleati nuovamente con Saleh che per anni li combatté nel Nord. Ed è qui che si inserisce la ragione esterna: il controllo e il predominio regionale dell’area. Un controllo, in particolare dello stretto di Baab al Mandab, che collega lo stretto di Hormuz con il Canale di Suez, per il passaggio di idrocarburi, beni e navi da guerra, conteso tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’una che appoggia prettamente il governo centrale, l’altra che sotterraneamente lascia fare gli houti. Risultato: il Paese non tornerà mai a essere unito e così gode il terzo attore: Al Qaeda della Penisola Arabica (Aqap), che diventa sempre più potente e presente nel controllo di ampie porzioni di territorio.

Perché, secondo la tua opinione, nei media, in particolare in Italia, non se ne parla quasi?

In Italia non se ne parla perché in genere si parla e scrive poco di esteri, soprattutto di Paesi che ci interessano poco per ragioni commerciali o strategiche o storiche. Escluse Libia, Turchia e Israele, in Italia non si parla di molto altro. Riguardo al silenzio sullo Yemen ci sono sia ragioni oggettive valide anche per il coverage internazionale (i giornalisti non ricevono permessi ufficiali per l’ingresso nel Paese da almeno 6 mesi e da 6 mesi nessuno è riuscito ad entrare nel Nord, tranne chi ha doppia cittadinanza o legami familiari) sia ragioni specifiche: il nostro Paese è partner commerciale e militare del Consiglio di cooperazione del Golfo (le nostre basi NATO sono ad Abu Dhabi) e fornisce regolarmente all’Arabia Saudita e agli Emirati armamenti e componenti ad alta tecnologia, prodotti da diverse aziende, e dall’azienda tedesca RWM che ha fabbriche in Sardegna. Sia dai porti della Sardegna che da aeroporti del Centro Italia partono i componenti di queste bombe con destinazione Jedda. I componenti vengono assemblati nel Golfo, prima di essere sganciati sullo Yemen o utilizzati per potenziare gli armamenti in dotazione al Consiglio di cooperazione del Golfo.

La giornalista Laura Silvia Battaglia

Tu racconti lo Yemen con una visione speciale: da giornalista, ma con forti legami in quei luoghi. Sei infatti sposata con uno yemenita. Questo cambia la prospettiva dei tuoi reportages?

La cambia perché aggiunge al mio lavoro la preoccupazione che ho nei confronti della popolazione civile che conosco e che ho incontrato in un luogo che è ormai la mia seconda casa e ciò mi costringe a sdoppiarmi sistematicamente, a ragionare ancora meglio e di più, a raffreddare ogni sentimento. La cambia nel senso che conosco questo Paese assai meglio di altri, perché ho accesso a qualsiasi fonte locale, esattamente come un cronista locale: del resto, il giornalista, se è tale, deve essere sempre un cronista, sotto casa e lontano mille chilometri da casa. Non la cambia punto, invece, rispetto al fatto che il giornalismo che ho sempre desiderato fare e che ho fatto è un giornalismo che vuole dare attenzione alle storie dei civili, delle piccole storie delle persone comuni, travolte dalla grande Storia. Con queste lenti, con questi occhiali, è possibile comprendere meglio anche le ragioni della geopolitica, delle ambasciate, delle organizzazioni internazionali.

Hai pubblicato di recente una graphic novel, con la fumettista Paola Cannatella, “La sposa yemenita” (edizioni Becco Giallo 2017). E’ un esperimento di giornalismo con altro linguaggio. Perché?

Perché è uno dei migliori modi di fare giornalismo: con le immagini e lo storytelling arrivi al cuore delle cose, raggiungendo anche un pubblico più giovane e più ampio. Perché puoi raccontare concetti complessi e storie pesantissime con un linguaggio leggero. Molte volte puoi raccontare luoghi e persone difficili da fotografare e filmare ma con la forza del racconto e delle immagini. Molte persone acquistano “La sposa yemenita” pensando che si tratti di una storia d’amore e rimangono spiazzate quando dentro trovano questioni molto serie: il terrorismo, gli attacchi suicidi, la guerra, le spose bambine. Non che l’amore non ci sia, ma sta insieme a molto altro. Come nella vita vera.

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