Dopo Tahrir, il futuro prossimo dell’Egitto

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Tahrir, la piazza delle rivoluzioni

“Gruppi di pressione cercano di convincere il generale Al Sisi, l’uomo forte dei militari che hanno deposto il presidente Morsi a candidarsi come prossimo presidente”. Luciana Borsatti, giornalista dell’Ansa e autrice di “Oltre Tahrir” (Editori Riuniti), libro in cui si raccolgono le voci degli egiziani di fronte alla difficile transizione del loro paese, vede ancora alto il consenso popolare per le forze armate e il loro leader che potrebbe diventare il nuovo Rais dell’Egitto nella prossima primavera, quando gli egiziani saranno chiamati alle urne per le presidenziali. “Ancora non si è deciso se si voterà prima per il Parlamento o per il presidente, una questione non di poco conto” spiega Luciana “e intanto a gennaio si voterà il referendum sulla nuova costituzione preparata dalla commissione di cinquanta esperti”.

“Al Sisi e i militari sono i salvatori della rivoluzione del 2011 come sostiene la loro propaganda o sono un ritorno bello e buono al passato di Mubarak?” chiedo a Luciana.
“La questione è controversa. Certamente tra i primi atti della giunta militare ci sono al chiusura di tv e giornali di opposizione e la repressione violenta del dissenso. Però anche il presidente Morsi e i Fratelli Musulmani, non va dimenticato, nell’autunno 2012 cercano di far approvare una modifica costituzionale in cui si attribuivano tutti i poteri”. Intanto spiega Luciana i Fratelli Musulmani e l’Islam politico non sono affatto sconfitti e stanno riorganizzando le loro pedine soprattutto nel Sinai, dove si stanno rafforzando cellule terroristiche pronte a portare il caos in tutto il Paese.

Insomma le Forze Armate continuano a dominare la politica egiziana come nell’ultimo mezzo secolo. La rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011 e i suoi protagonisti sembrano uno sbiadito ricordo mentre il resto del paese è lontano. Ce lo racconta Ernesto Pagano, autore del documentario “Lontano da Tahrir”, in cui si descrivono le relazioni sociali nei villaggi di El Saff e El Desamy, lontani appena cento chilometri dal Cairo ma anni luce dalle idee rivoluzionarie di piazza Tahrir.

“A El Saff esistono fin dai tempi dei faraoni le più grandi fabbriche di mattoni del Medioriente. Qui le condizioni di lavoro e di vita da quei tempi non sono molto cambiate” spiega il regista che è riuscito a portare le sue telecamere all’interno dei comitati di uomini e donne sostenuti dal Cospe per rafforzare la coscienza civica. Riunioni in cui si discute scoprendo il piacere della dialettica di politica, di problemi e di diritti. “Qui l’analfabetismo è la norma, l’emancipazione femminile lontanissima e le donne devono lottare anche solo per andare a scuola o per uscire di casa” spiega Ernesto. “Qui i movimenti islamici, che uniscono religione e tradizione, hanno preso la quasi totalità dei voti”.

Qui la maggioranza della gente pensa che i giovani di piazza Tahrir abbiano creato solo problemi allo sviluppo del Paese. Così è la gran parte dell’Egitto. La rivolta di piazza Tahrir e i giovani laici che ne sono stati protagonisti sono ancora una minoranza che conta poco. La loro è stata una rivoluzione politica ma non sociale. C’è ancora molta strada da fare, in particolare per liberarsi del pesante giogo militare che gestisce buona parte dell’economia e che non ha alcuna intenzione di rinunciare al suo potere.

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